Elia Lombardo - Sicurezza 4P

Elia Lombardo

Sicurezza 4P

ricerca e sviluppo per la sicurezza urbana

martedì 10 dicembre 2019
post nella sezione 6 - Miscellanea

10 Dicembre, giornata mondiale dei Diritti Umani

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Articolo 1.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2.
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.

Articolo 3.
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4.
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5.
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6.
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7.
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8.
Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso ai competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10.
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

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11.12.2019
Elia Lombardo
La sicurezza rappresenta un bene fondamentale della persona, un diritto universale riconosciuto della persona (art. 3 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) e in quanto tale è considerato dalla nostra Carta tra “i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2 Costituzione italiana), per cui come tale è esigibile perché senza di essa non può essere esercitata la libertà e senza questa alcuna attività umana è perseguibile e si esprime in tutta la sua grandezza. Pertanto, la sicurezza dovrebbe essere gestita in continuità, oltre ogni schieramento.
Sicurezza, giustizia e libertà sono valori interconnessi: senza sicurezza non c’è libertà e non si può neanche garantire giustizia. La sicurezza è tuttavia una condizione sia oggettiva (garantita da un insieme di tutele e dispositivi), sia soggettiva, in quanto inerisce lo stato d’animo della persona, la sua condizione psicologica, tant’è che questa dimensione è studiata mediante la percezione dell’insicurezza. Quando lo Stato non riesce a garantire la sicurezza formazioni autonome si propongono nella storia come alternative per offrire tutele, protezione, garanzie. La mafia si origina storicamente proprio come soggetto sociale che offre protezione in assenza dello Stato. Viene venduta al punto che già il Franchetti nel 1876 nella famosa “Inchiesta” identifica i mafiosi come esperti nell’uso della violenza per tutelare diritti di proprietà debolmente o nient’affatto salvaguardati dallo Stato.
Il venir meno della sicurezza alimenta la paura e paradossalmente la modernità avanzata essendo gravida di nuovi rischi instilla un maggior senso di generale insicurezza perché rende più precarie molte condizioni di vita e vulnerabili quelle che un tempo erano abituali certezze. Tuttavia, essendoci un rapporto molto stretto tra sicurezza e disuguaglianza, chi abita i gradini più bassi della scala sociale è oggettivamente più vulnerabile in quanto meno tutelato e di conseguenza la percezione di insicurezza è funzione dello status più debole. Quanti sono collocati, invece, nei
gradini superiori godono di maggiori garanzie, si dotano di maggiori autotutele e per essi il senso di insicurezza si nutre maggiormente di elementi soggettivi o di quegli aspetti della vita contemporanea che in quanto connessi ai rischi globali (inquinamento, terrorismo, grandi flussi migratori, crisi economiche) istillano angosce, paure, inquietudini.
Una delle specificità nostrane è che, a differenza di altri contesti come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la stessa Francia, i programmi di sicurezza urbana non sono mai stati attraversati da sperimentazioni strategiche di modelli centrati sulla prevenzione degli eventi e attenzione alle vittime in uno spazio urbano delimitato. Cosa che all’estero è avvenuta in modo più frequente sotto l’egida di programmi attuati da dipartimenti attivi di polizia in collaborazione con le università, i sindaci o gli uffici governativi.
Il periodo newyorkese della “tolleranza zero” (dal 1990 al 2001) attuata specie da Rudolph Giuliani (1994-2001) sarebbe errato tradurlo e identificarlo in chiave esclusivamente politica. Ciò impedirebbe di cogliere alcuni spunti e intuizioni analitiche che, a partire dagli studi dello psicologo sociale P. Zimbardo alla fine degli anni ’60 sull’ “indifferenza collettiva” e dalle successive teorie delle “finestre rotte” (Broken Windows Theory, Kelling e Wilson, 1982), del “contagio sociale” (Cook e Goss, 1996) e delle ipotesi connesse ai programmi Moving to Opportunity (MtO) (Harcourt - Ludwig 2006), hanno permesso di cogliere alcuni effetti sociali connessi al e/o indotti dal degrado e disordine urbano.
Le critiche mosse ai programmi Safe and Clean Neighborhoods e più ancora alle strategie di tolleranza zero hanno invece dato vita a un lungo periodo di sperimentazione coincidente con i programmi foot-patrol, community policing, problem-oriented policing, che sebbene di scarsa efficacia o non dando i risultati sperati (Jang et alii, 2008) sono stati sovrapposti da altri modelli applicati (“pulling levers” policing, third-party policing, hot spots policing, compstat ed evidence-based policing) per prevenire il crimine o per contrastarlo. Specialmente dopo l’11 settembre 2001 quando rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini è diventato un imperativo assoluto.
Piuttosto che arretrare, le non poche criticità emerse negli ultimi anni rispetto alle differenti sperimentazioni hanno consolidato negli Usa la ricerca di nuove vie, testando i risultati dell’applicazione di nuove strategie e arricchendo i modelli di correlazione fra fattori in modo da fornire risposte più attendibili (Taylor, 2001; Nixon 2005; Braga et alii, 2014). Gli addetti ai lavori e gli studiosi del campo si dibattono da un lato, esplicitando l’idea che una buona deterrenza si costruisce perseguendo sia le infrazioni minori che i crimini violenti, anche se andrebbe contestualizzato l’approccio al tipo di criminalità presente in una determinata area. Paura, disordine, sviluppo del crimine sono comunque connessi sia alle piccole infrazioni sia ai crimini violenti i cui effetti collaterali finiscono per disincentivare l’interesse e la partecipazione alla difesa della comunità. Dall’altro, quanti ritengono che criminalizzare le incivilities e ogni forma di soft crime sia un errore, uno spreco di risorse e un inefficace modo di contrastare il senso di insicurezza della comunità, ancorché incassare risultati inadeguati sul fronte della criminalità (Braga et alii, 2015). Anche aumentare il numero di agenti in strada o rendere le pene più dure e lunghe non sortisce effetti deterrenti efficaci nei confronti di quanti scelgono le vie del crimine (Paternoster, 2010).

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