2024-08-06 · Blog
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In ogni agenzia di controllo nel mondo si è sempre lavorato per analizzare i crimini cercando di prevenirli prevedendoli e dalle prime attività di crime mapping con stuzzicadenti e bandierine colorate piantate su cartine topografiche gigantesche, si è passato ai fogli elettronici, successivamente sono arrivati il Knowledge Discovery in Database, il Datamining e oggi l'Intelligenza Artificiale che nel caso della Polizia Predittiva, è un supporto in più per ottimizzare tecniche investigative le quali, si fondano sia sull'esperienza diretta di chi svolge questo mestiere sia su teorie criminologiche che nel tempo si sono andate affinando grazie a nuove scoperte rese possibili anche grazie all'impiego di nuove tecnologie.

La criminologia moderna ha le sue radici nel XIX secolo, con contributi importanti da parte di studiosi come Cesare Lombroso, che sviluppò la teoria del "criminale nato", e Émile Durkheim, nello studio della relazione tra crimine e società. Lombroso si basava sull'idea che i tratti facciali, come la forma del naso, la grandezza degli occhi o la larghezza della bocca, potessero fornire indicazioni sulle caratteristiche psicologiche o morali di una persona. Questa pratica pseudoscientifica, definita Fisiognomica si diffuse in Europa nel XVIII secolo, quando filosofi come Johann Kaspar Lavater la promossero come una forma di analisi del carattere per individuare la predisposizione dei soggetti a delinquere. Parallelamente, Josef Gall sviluppò la teoria della Frenologia, un approccio teorico che sosteneva che la morfologia del cranio potesse essere correlata con gli aspetti della personalità degli individui.

Una svolta importante si ebbe poco più avanti, quando il giurista Raffaele Garofalo approfondì lo studio di Lombroso, sistematizzando la teoria della Scuola positiva. Garofalo e i positivisti credevano che il contesto sociale e ambientale in cui una persona viveva potesse influenzare il suo comportamento criminale. Accanto alla teoria del criminale nato, Garofalo sosteneva la corrente del Determinismo biologico e quindi che alcune caratteristiche fisiche o biologiche potessero essere indicatori innati di una predisposizione al crimine.

Nonostante la popolarità storica di questi approcci, non esistono prove scientifiche che dimostrino un legame affidabile tra i tratti facciali e la personalità di un individuo. La forma del viso può infatti essere influenzata da una serie di fattori genetici, ambientali e culturali, ma non è correlata in modo significativo alle caratteristiche psicologiche o morali di una persona (Mazzarello P,. 2011).

Fu proprio la scuola positiva a contribuire allo sviluppo della disciplina in due direzioni principali: da un lato, uno studio sociologico mirato a comprendere le condizioni sociali dei ceti di appartenenza; dall'altro, con il progredire delle ricerche psicologiche, un orientamento verso un approccio psicopatologico e psichiatrico.

Di seguito vedremo alcune tappe successive più significative di questa disciplina.

Teoria del crimine

Nel corso del XX secolo, sono emerse diverse teorie del crimine che hanno cercato di spiegare le cause e la natura del comportamento criminale. Tra le teorie più influenti si annoverano la teoria della scelta razionale, la teoria del controllo sociale, la teoria della disorganizzazione sociale e la teoria dell'etichettamento.

Approccio interdisciplinare

La criminologia ha abbracciato un approccio interdisciplinare, integrando conoscenze e metodi di ricerca provenienti da discipline come la sociologia, la psicologia, l'economia, l'antropologia e la biologia.

Criminologia critica e radicale

Negli anni '60 e '70, si è sviluppata la criminologia critica e radicale, che ha criticato il sistema di giustizia penale come strumento di controllo sociale e ha posto l'accento sulle disuguaglianze di potere.

Approccio globalizzato

Con la crescente globalizzazione, la criminologia ha iniziato a esaminare il crimine e la giustizia penale in un contesto internazionale e a comparare sistemi giuridici e politiche penali in diverse parti del mondo (Becucci, S.,2003).

Evidenza empirica

Negli ultimi decenni, c'è stata una crescente enfasi sull'approccio basato sull'evidenza in criminologia, con un maggior rigore nella ricerca empirica e un'attenzione maggiore alla valutazione delle politiche e delle pratiche nel campo della giustizia penale.

Oggi, la fisiognomica è generalmente considerata una pseudoscienza e non è considerata valida come strumento di analisi del carattere o di valutazione della personalità. Al contrario, la psicologia contemporanea utilizza metodi scientifici e basati sull'evidenza per studiare la personalità e il comportamento umano, come ad esempio i test psicologici validati e le valutazioni cliniche condotte da professionisti qualificati. Al contempo, sono sorte nuove tipologie di reati come il cyberbullismo derivante da fenomeni di hate speech, che si svolgono tipicamente nel contesto dei social network e negli ambienti digitali.

Tale panoramica sulla criminologia moderna è necessaria per comprendere che questa disciplina è stata da sempre orientata più al fenomeno criminale dal punto di vista soggettivo del reo e dell'individuo anziché oggettivo ovvero, dal punto di vista del contesto in cui il crimine avviene.

Se da un lato gli studiosi avanzavano lungo le tappe appena citate dall'altro gli addetti ai lavori, ovvero, le agenzie di controllo di tutto il mondo percorrevano strade diverse che non erano il solo frutto dell'esperienza,

Già nel 1869 l'astronomo e statistico Adolphe Quetelet aveva intuito che in tutto ciò che si riferiva ai delitti, i numeri stessi si riproducevano con tale costanza, che sarebbe stata impossibile disconoscerla, anche per quelli che sembravano dover sfuggire ad ogni umana previsione, come gli assassini. Egli supponeva l'esistenza in ogni stato sociale di un certo numero ed un certo ordine di delitti i quali risultavano dal suo ordinamento, come necessaria conseguenza. Questa osservazione che a prima vista poteva sembrare scoraggiante, secondo Quetelet era invece consolante, poiché esaminata da vicino, mostrava la possibilità di migliorare gli uomini, modificando le loro istituzioni, le loro abitudini, lo stato dei loro lumi, ed in generale, tutto ciò che influisce sul loro modo di essere.

Anche se l'approccio criminologico percorreva e avrebbe ancora percorso la strada che abbiamo poc'anzi descritto, con l'industrializzazione, l'emigrazione e l'urbanizzazione che ha favorito in tutte le città del mondo la nascita di nuovi contesti sociali in seno alle agenzie di controllo si capì che il crimine non fosse più un fenomeno individuale ma un fatto sociale.

Il concetto di contesto sociale cominciò a diventare quindi fondamentale nel dare conto della distribuzione di differenti fattispecie di reato nelle città.

Tuttavia, ancora oggi esistono approcci differenti e se da un lato vi sono quelli eziologici che cercano di identificare le cause della criminalità, dall'altro vi sono quelli detti del controllo o della reazione sociale (criminologia critica e teorie dell'etichettamento), che si concentrano invece sulla produzione sociale del criminale ad opera delle agenzie di controllo e repressione in una data società (cfr. Ghezzi,1987; Ponti, 1999; Barbagli, Colombo, Savona, 2003). In una prospettiva sociologica, in entrambi i casi si cerca di esplorare l'influenza della società sulla criminalità ma se nel primo approccio, l'oggetto dell'analisi è il fatto criminale in quanto tale, al fine di dare conto dell'incidenza dei reati in funzione di determinate proprietà della struttura sociale, nel secondo approccio, l'oggetto è invece l'attore del fatto criminale e l'analisi è finalizzata a mettere in evidenza i condizionamenti sociali, culturali e politici che intervengono nella individuazione e nella repressione selettiva dei criminali.

Dagli anni '70 l'Italia è stata interessata da fenomeni criminali che hanno sconvolto il paese come il terrorismo, la criminalità organizzata e da parte degli addetti ai lavori l'attività si è andata sempre più concentrando sulla repressione pensando che a sua volta questo avrebbe consentito di prevenire l'insorgenza di nuovi crimini di stesso stampo. Per oltre un ventennio sia l'attività di studiosi che quella delle agenzie di controllo si è quindi concentrata sul primo approccio

Pur collocandosi spesso in antitesi nel dibattito teorico e metodologico nelle scienze criminologiche i due approcci potrebbero essere considerati complementari, nell'ottica di una sociologia che si proponga di studiare il fenomeno criminale da molteplici angolazioni e prospettive.

La Polizia Predittiva è orientata al primo approccio poiché l'analisi sociologica e di tipo ecologico attraverso l'incidenza dei reati in contesti differenti, permette di esplorare la relazione tra l'andamento di specifici tipi di criminalità e le dimensioni del contesto sociale, definito in termini di anomia.

La polizia predittiva, nel suo senso più ampio, può essere vista come una pratica che esiste da molto tempo, dove gli agenti di polizia e gli investigatori hanno sempre utilizzato la loro esperienza, la conoscenza del territorio e l'analisi delle tendenze passate per prevedere e prevenire i crimini. Questo approccio tradizionale si basa su teorie criminologiche come la "teoria delle finestre rotte" o la "teoria della routine delle attività", che cercano di spiegare come e dove i crimini tendano a verificarsi, e su pratiche come il profiling e l'analisi delle mappe del crimine.

L'introduzione dell'intelligenza artificiale rappresenta un'estensione e un potenziamento di queste pratiche, piuttosto che una sostituzione. L'IA consente di elaborare quantità molto più grandi di dati e di farlo in modo più rapido e sistematico, ma il processo di base di predizione può avvenire anche senza tecnologie avanzate, attraverso metodi più tradizionali di analisi dei dati criminali e l'intuito degli operatori di polizia.

In altre parole, l'uso dell'intelligenza artificiale nella polizia predittiva è un'evoluzione delle pratiche esistenti, non una loro rivoluzione totale. L'esperienza diretta, la conoscenza del contesto locale e le teorie criminologiche rimangono elementi fondamentali per fare polizia predittiva, e in molti casi possono essere sufficienti per fare previsioni accurate e informate anche senza il supporto dell'IA.

Personalmente ho elaborato una teoria denominata "teorie delle riserve di caccia" che offre una prospettiva innovativa sulla criminologia e sulla polizia predittiva. Secondo la mia teoria, i crimini predatori (come furti, rapine, scippi, borseggi) sono ciclici e stanziali, tendendo a ripetersi nel tempo e nello spazio all'interno di aree specifiche che i criminali identificano come "riserve di caccia". Queste riserve sono zone dove i criminali trovano condizioni favorevoli per commettere i loro crimini, basate su due principi fondamentali:

Principio oggettivo: La presenza di prede e target appetibili. In altre parole, le aree con un'alta concentrazione di potenziali vittime o beni di valore attraggono i criminali, rendendole dei bersagli preferiti.

Principio soggettivo: La presenza di vie di fuga, rifugi e copertura criminale. Questi elementi permettono ai criminali di operare con una maggiore sicurezza, minimizzando il rischio di essere catturati.

La teoria delle riserve di caccia sottolinea che queste aree sono infungibili, cioè difficilmente sostituibili per i criminali. I criminali tendono a operare all'interno delle loro "zone di comfort", poiché spostarsi in nuove aree li renderebbe meno efficaci e più vulnerabili, riducendo la loro capacità di compiere crimini con successo.

Questo approccio è particolarmente utile per la polizia predittiva perché, se si riescono a identificare queste riserve di caccia attraverso un'analisi approfondita dei fattori socio-ambientali e delle informazioni sui crimini passati, è possibile anticipare i comportamenti criminali futuri. Presidiando queste aree in modo strategico, si può interrompere il ciclo criminale, rendendo l'ambiente meno favorevole per i criminali e quindi aumentando la loro vulnerabilità.

La teoria delle riserve di caccia, quindi, fornisce un quadro teorico che può supportare e migliorare le strategie di polizia predittiva, rendendole più mirate ed efficaci. Integrando questa teoria con metodi di analisi tradizionali e tecnologie avanzate come l'intelligenza artificiale, le forze dell'ordine possono sviluppare strategie più efficaci per prevenire il crimine e proteggere le comunità.

L'approccio basato sulla teoria delle "riserve di caccia" dimostra che la polizia predittiva può fondarsi su una solida base teorica e sull'esperienza diretta degli operatori, indipendentemente dall'uso di tecnologie avanzate come l'intelligenza artificiale. La teoria stessa nasce dall'osservazione empirica e dall'analisi dei comportamenti criminali, mettendo in evidenza come questi si manifestino ciclicamente e stanzialmente in determinati contesti.

L'uso dell'intelligenza artificiale, in questo contesto, rappresenta un supporto che può amplificare l'efficacia dell'analisi e della predizione, ma non è imprescindibile. La capacità di identificare le "riserve di caccia" può derivare da un'analisi dettagliata dei dati raccolti nel tempo, dalla conoscenza del territorio, e dall'esperienza maturata dalle forze dell'ordine nel riconoscere pattern criminali.

Quindi, mentre l'intelligenza artificiale può accelerare e automatizzare certi processi, rendendo le previsioni più rapide e precise, l'essenza della polizia predittiva, secondo questo approccio, risiede nella comprensione profonda del contesto criminale e nella capacità di applicare teorie criminologiche come quella delle "riserve di caccia". In questo senso, l'IA è uno strumento utile, ma non un requisito essenziale per la pratica della polizia predittiva. L'elemento cruciale rimane l'intuizione e l'esperienza umana, supportata da un quadro teorico robusto.